Luigi Bobba: “Non vado con Renzi, resto nel Pd”. Una lunga lettera in cui l’ex sottosegretario motiva la permanenza nei Dem.

Luigi Bobba: “Non vado con Renzi, resto nel Pd”

C’era e c’è attesa fra chi segue la politica locale nel vedere chi dalle file del Pd locale passerà o meno nell’Italia Viva di Matteo Renzi. Nei giorni scorsi c’era stato l’addio agli organi dirigenziali del Pd da parte di Francesca Tini Brunozzi, che aveva fatto parte del comitato del Sì per il referendum costituzionale renziano. Luigi Bobba, invece, esclude la possibilità di trasmigrare e ribadisce la sua fedeltà ai Dem.

Leggi anche: Francesca Tini Brunozzi si dimette dagli organi dirigenti del Partito Democratico

Il testo della lettera

“Ho atteso qualche tempo per mettere nero su bianco qualche pensiero dopo la scissione di Renzi dal PD.

Dico subito che non lo seguirò, pur avendolo sostenuto come segretario del PD nel 2013 e aver fatto parte del governo da lui guidato. Non rinnego nulla, anzi sono orgoglioso di quanto abbiamo fatto nei governi Renzi e Gentiloni nei quali ho avuto l’onore di ricoprire l’incarico di sottosegretario al Lavoro.

“Credo nel Pd come partito popolare e riformatore”

Non mi iscrivo certo tra coloro che non vedevano l’ora che Renzi togliesse il disturbo, ma neppure tra quelli che fanno spallucce pensando che questa scissione poco cambierà le cose nel partito, nel governo e forse anche nel Paese. Fin dall’inizio ho creduto al PD come partito popolare, riformista, europeista e di sinistra. Non ho seguito Rutelli nel 2009, anche se caldamente invitato a farlo, quando decise di lasciare il PD e fondare l’API. Ho considerato un errore l’abbandono del PD da parte di Bersani e Speranza. Ma oggi che cos’è il PD e cosa vuole diventare? Renzi ha preso la sua strada, Calenda e Bonino ambiscono a fare qualcosa insieme, Bersani invoca una “cosa nuova” a sinistra. E noi? Ma il PD non era nato proprio come partito plurale, come argine al frazionismo tipico del sistema politico italiano? Il PD, come affermò Veltroni,non era il partito a vocazione maggioritaria? Esiste una terza via tra la pura e semplice prosecuzione della ”ditta” e il comitato elettorale all’americana? A queste domande, oggi chi resta nel PD ha il dovere di dare una risposta. Perché se la prospettiva è una riedizione aggiornata del pentapartito (PD, LeU, Renzi, +Europa e Calenda) allora quel progetto di fare un partito che avesse come orizzonte il futuro del Paese attraverso lo sguardo dei nostri figli e nipoti, è fallito. Se non vogliamo rassegnarci a questa lenta ma inesorabile deriva, ci sono tre scelte essenziali da compiere.

“Non rinunciare ai nostri valori”

Primo, non rinunciare ai nostri valori. Non sono d’accordo a costruire una casa comune con i grillini. Una cosa è un’alleanza di governo per fermare l’ondata sovranista ed evitare altri guasti al Paese; un’altra è affermare e comunicare una nostra originale identità valoriale e programmatica.

Secondo, quella sintesi tra un partito radicato nella tradizione europea ma altresì rinvigorito da strumenti di democrazia diretta come le primarie, è ancora in gran parte da costruire. Per ora è rimasto una grande incompiuta. E, come dice l’articolo 49 della Costituzione, i partiti sono gli strumenti con cui “i cittadini possono concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Terzo: se assecondiamo la spinta verso una legge elettorale solo proporzionale, il futuro del PD è segnato. Occorre fermare la frammentazione e introdurre una legge elettorale che assicuri in modo equilibrato rappresentanza e governabilità.

C’è da mettersi in cammino. Il viaggio non sarà breve, ma procediamo senza fretta ma anche senza sosta. Spero che le persone che hanno deciso di lasciare il PD – con le quali ho condiviso un percorso di dieci anni – possano, pur da un’altra prospettiva, convergere sull’obbiettivo di un Paese che sia prima di tutto a “misura di giovani”.

VAI ALLA HOME PAGE E LEGGI LE ALTRE NOTIZIE