Mea culpa: in fila per entrare a Studio 10 Cronaca e racconto della serata inaugurale.

Mea culpa: in fila per entrare a Studio 10

La cronaca si esaurisce in poche righe. Venerdì 6 aprile dalle 20,30 piazzetta Pugliese Levi era gremita con una fila di persone in attesa di entrare nella sede del centro culturale “Studio Dieci”. Mai viste tante persone a una “vernice” di questa galleria. Una buona parte venivano da Milano, mondo dell’arte e anche della Moda. La mostra proposta si intitola “Mea Culpa”. Più che una mostra dovremmo parlare di un’installazione grande come lo spazio espositivo in cui si incrociano e si fondono le opere di Andrea Villa e Diego Pasqualin. Il primo è stato per diverso tempo direttore artistico del make-up per Dior Italia, preparava le modelle per le sfilate. Pasqualin è invece direttore artistico di “Studio Dieci”. All’inaugurazione molto attiva pure la presidente del centro culturale Carla Crosio, nell’happening che ha preceduto l’apertura. E’ intervenuta la Dj Bianca Lamessa che ha fornito la colonna sonora alla fruizione dell’esposizione. La mostra (uno degli eventi più importanti dell’anno a Studio Dieci) rimarrà aperta fino al 22 aprile, ingresso libero, dal venerdì alla domenica, dalle 17 alle 19.

Sin qui la cronaca, ciò che segue parla invece di come sono stati trasformati i locali (una sorta di catacomba), dei contenuti artistici ma soprattutto delle emozioni che può suscitare.

Effetto “Blade Runner”

Un parallelo con il primo film, girato da Ridley Scott, non è campato in aria. Il fatto è che più che una mostra questa è un’esperienza. Come tale porta a galla i “peccati” e altre vibranti reminiscenze che ognuno può avere. E a me è sembrato esattamente di entrare in quel mondo dove Harrison Ford dà la caccia ai replicanti.

L’immaginario è simile (modelle che sono perfette per comparire sul mega schermo della sequenza iniziale del film  con la scritta “In early XXI Century”). Cioè oggi, perché oggi è quel “nel primo ventunesimo secolo”. E certe immagini dei make-up di Villa.
Ci torneremo su questa storia dei replicanti.

Una mostra scandalosa

Rispettando però il tema diciamo che questa mostra è scandalosa. Nel senso che dietro l’ambientazione dark-cyberpunk. che ha trasformato la galleria in un “altrove”, vent’anni nel futuro, c’è un discorso sul peccato.

Lo scandalo è lo scandalo della croce. Un uomo-dio venne ucciso “appeso ad una croce” per causa dei peccati dell’umanità (passati, presenti e futuri) e quindi quando si recita il “mea culpa” si ammette che Gesù è morto per colpa nostra.

Ma poi è risorto per riscattare tutti noi dalle tenebre della morte.

Dunque a causa dei nostri peccati ci è data la resurrezione dai morti. Ci vorrebbe il pentimento per chiudere il cerchio. Ma questa fase francamente non sono riuscito a coglierla…

Tra incenso, “altarini” e confessionale

Nell’allestimento della galleria ci sono tutti gli elementi della chiesa, l’incensiere, l’acquasantiera un enorme confessionale… tutte opere di Diego Pasqualin.

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C’è il buio delle catacombe… le candele che illuminano gli “altarini”. Ma per contrasto la d-jay suona a tutto spiano il pulsare techno di un club.

Al piano superiore una spettacolare installazione nella stanza del complesso che più ricorda una chiesa. Una enorme croce di ferro riempie l’ambiente e divide lo spazio entro cui vengono proiettate immagini di modello al top del glamour. Il peccato è anche ostentato, rivendicato. A dire “confesso sto vivendo, dunque pecco”.

Ricordiamoci dal catechismo che la condizione del dolore, ma anche la splendida follia del mondo sono frutto di un peccato. Senza la colpa originale saremmo beati nell’Eden e non ci sarebbero mutamento e vita.

L’arte contemporanea ha questa caratteristica: non rappresenta qualcosa E’ QUALCOSA. La mostra aderisce in pieno a questo programma

Un progetto da capitale del contemporaneo

Si tratta di un progetto che non sfigurerebbe alla “Biennale di Venezia” o a Kassel (dove non ho visto nulla di così visionario). Per una sera un pezzo della Milano creativa anche della Moda, si è spostata a Vercelli tanto che non si poteva entrare tanta gente c’era. Un aspetto che va rimarcato.

Tante suggestioni

Sono tante le suggestioni che si incrociano. Ad esempio si celebra l’arte singolare di chi per anni ha creato il trucco per le sfilate Dior Italia, indirettamente si celebra l’arte tutta italiana delle sfilate, ed è anche giusto che sia così. Ma d’altra parte si pone l’accento sulla “maschera”, apparite ciò che non siamo o, all’opposto, cercare ciò che siamo veramente.
Questa civiltà dell’apparire, peccaminosa in sé, E’, esiste. Non ci sono ovviamente giudizi morali da dare. Ognuno si regoli come può e come sa.

Un concentrato di Occidente

Altro aspetto che risalta: un concentrato di Occidente. Ci piaccia o meno noi siamo questo, radici cristiane che tuttora innervano la nostra società, a cui ci si è affrancati. Ma sarà poi vero? La sfrenata ricerca del piacere, del possesso, sono il contrasto con i precetti. Un concentrato di Occidente che si trova davanti a una grande crisi.

Replicanti e oltre

E qui torniamo a Ridley Scott, meglio a Philip K. Dick, che nel suo originale romanzo parla di un’America retta dalla religione della “merce” delle cose, del consumismo sublimato. In quella società, in quel mondo disfatto dall’inquinamento, l’oggetto del desiderio sono gli animali, veri o replicati. E’ la natura uccisa che disperatamente si vorrebbe indietro. E questo, lo sanno bene i cinefili, appare nel finale del film, il primo, con il simbolo dell’unicorno, quando il cacciatore di androidi se ne fugge con la sua replicante, che non si può più distinguere da una vera persona. Una modella che se guardate bene, troverete in questa mostra.

Il peccato, la morte, il desiderio, la redenzione. E poi tanto altro ancora. Scopritelo!