Lingua Piemontese: Sergio Gilardino e le poesie di Candida Rabbia. “Badeuj”, poesie e arte dalla “Provincia Granda”.

Lingua Piemontese: Sergio Gilardino e le poesie di Candida Rabbia

La lingua di un popolo non è solo un codice per comunicare, è identità e parte integrante della forma mentale. forgia una società. Purtroppo le lingue “multinazionali” (Francese, Inglese, Spagnolo ecc. ma anche l’Italiano) non sono più in grado di descrivere la realtà, perché la maggior parte delle persone ne posseggono solo 2.000 vocaboli o anche meno… In più queste lingue stanno mutando, stravolte dai codici iconici (le faccine et similia) o digitali. Meno vocaboli si conoscono maggiore è la povertà intellettuale e l’incapacità di dare corpo alle emozioni. Ciò crea frustrazione.

Il valore delle lingue ancestrali

na ricetta per uscire dal corto-circuito c’è: tornare a studiare e a parlare le “lingue ancestrali”. Il Piemontese è una delle più nobili in Europa. Ha 1.000 anni di vita ed è nata prima dell’italiano. Chi la parla e la scrive ancora possiede 30-40.000 vocaboli e tende a usarli quasi tutti. A maggior ragione i poeti come Candida Rabbia, autrice della “Provincia Granda” (Cuneo). A parlare della sua poesia sarà Sergio Maria Gilardino. Linguista vercellese di fama mondiale. Una persona che può cominciare un discorso in Piemontese, proseguirlo in un Inglese più che perfetto… in Francese, Greco, Occitano. Tedesco… Autore fra le altre cose di un dizionario Walser ed ora sta lavorando alla Lingua Occitana, vivendo nelle Valli dove lo parlano.

Appuntamento giovedì 14 febbraio

L’appuntamento è per giovedì 14 febbraio alle ore 17,30 al Piccolo Studio grazie a VercelliViva. Il titolo dell’incontro è “Lingua antica, poesia nuova: versi e immagini nell’opera di Candida Rabbia”. La conferenza è stata presentata alla stampa mercoledì 6 febbraio 2019 da Antonino Ruffino, presidente di VercelliViva.

Il fascino di questo appuntamento è documentato dai video e quindi potete sentire le parole dei diretti protagonisti. Una frase di Gilardino da appuntarsi potrebbe essere: “Le lingue ancestrali sono evocative, quelle nazionali sono descrittive”.

Una poesia universale

La poesia in Piemontese di Candida Rabbia, proprio per questa ragione è di portata universale, esprime sentimenti che trovano le loro parole solo in Piemontese ma sondano vette di pensiero sublimi. Questo perché non utilizza la lingua in un recinto di tipo “folkloristico” ma per descrivere i più profondi sentimenti e la vicinanza alla natura, che è propria delle culture ancestrali. Il libro di cui stiamo parlando si intitola “Badeuj” (“Squarci di cielo”). Un titolo che ha in sé il senso del fare poesia: cogliere frammenti di cielo terso e istanti di luce dagli squarci nelle nubi che opprimono l’esistenza. Candida è anche un’acquarellista sopraffina. “Dico sempre che dipingo in Piemontese… perché per me pensare nella mia lingua materna crea istantaneamente delle immagini”.

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Alta letteratura di ampio respiro

Il volume edito da “Zeisciu” è da non perdere anche perché oltre alla limpida lingua di Candida (che è alta poesia anche nelle accuratissime traduzioni in italiano) contiene un  saggio introduttivo di Gilardino, trenta pagine in cui il professore passa in esame le espressioni più alte della poetica umana, nelle varie culture, tracciando paralleli con lo stule di Candida e arriva a spiegare che la salvezza della lingua Piemontese sta nell’essere “metaregionale”, il che vuol dire capace di superare i confini della poesia “dialettale” (quanto è bello il mio paese, la mia valle ecc…) per trattare i temi universali.

Il Piemontese, ha ricordato Gilardino, è una delle oltre 6.000 lingue che tra 50 anni potrebbero essere estinte (cioè non più parlate o scritte). “Si tratta del vero disastro ecologico sul pianeta terra”. Quando muore una lingua, infatti, se ne va un mondo di umanità.

Il “caso” Canadese

Chiudiamo citando quello che lo studioso vercellese ha portato come esempio. In Canada per decenni hanno cercato di “integrare” i nativi del grande Nord sradicandoli dai loro contesti di nascita, portandoli in istituti “educativi”. Questa forma di “integrazione” che sradicava per prima cosa la lingua ancestrale, ha portato a creare in quelle popolazioni alti tassi di violenza e alcolismo. Negli anni Settanta il governo canadese corse ai ripari. In questo progetto venne coinvolto Sergio Gilardino, cattedratico per anni a Montreal. Ebbene, dopo pochi anni di lavoro per ridare loro un’identità, attraverso il recupero del proprio patrimonio linguistico, i tassi di alcolismo e violenza diminuirono drasticamente.

Le radici che ci fanno forti

Il significato di questo esempio è chiaro: salvare le lingue ancestrali significa salvare l’umanità. Omologare e semplificare nell’illusione di una lingua globalizzata, invece, ci rende più fragili e condizionabili. Alla fine si giunge sempre allo snodo cruciale: la libertà si deve conquistare con la consapevolezza e la conoscenza. I bambini dovrebbero imparare prima la lingua dei loro padri, poi le altre. Ci sono evidenze che in tal modo si acquisisce la capacità di imparare meglio le lingue. Parlare 3-4 idiomi, magari anche di più, forgia persone immuni dal morbo del settarismo e menti più scattanti e capaci di capire la complessità.

Ascoltate Candida Rabbia mentre interpreta una delle sue liriche e capirete quanta profondità e nobiltà ha la Lingua Piemontese. Un incoraggiamento a non mancare all’iniziativa di VercelliViva.

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