Ahmadreza Djalali è detenuto da due anni vicino a Teheran in Iran, con l’accusa di essere una spia. Le sue condizioni di salute sono precarie. La moglie ha incontrato il rettore dell’Università del Piemonte Orientale Cesare Emanuel.

Ahmadreza Djalali da due anni in una prigione iraniana

E’ uno stimato ricercatore dell’Università del Piemonte Orientale, ma è detenuto da più due anni in Iran con l’accusa di essere una spia. E ora sta molto male. E’ nelle prigioni di Evin, nei pressi di Teheran, la capitale del suo paese d’origine, da ormai 26 mesi, ha perso moltissimo peso e non viene curato dalle autorità. Lo scorso gennaio è stata sospesa la pena di morte che pendeva sulla sua testa ma le preoccupazioni per il suo destino sono ancora altissime, anche nelle province di Novara e Vercelli dove il professore si era fatto voler bene da studenti e colleghi.

L’incontro in università

Venerdì la moglie Vida Mehrannia è stata in città, nella sede del Rettorato Upo, per incontrare i vertici dell’Ateneo e fare il punto della situazione con loro. Profondamente triste ma determinata a non smettere di lottare, Vida Mehranniaha parlato con Cesare Emanuel. «Sebbene nell’ultimo periodo riusciamo a comunicare telefonicamente con Ahmad quasi tutti i giorni, le sue condizioni di salute restano molto precarie e non ci è concesso di incontrarlo. Ha difficoltà a curarsi – ha continuato Vida – e vive con altri otto detenuti in uno spazio limitato; allo stato attuale non ci è stata fornita alcuna prova reale che dimostri le accuse che gli sono rivolte».

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